Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi, al battesimo conte Giacomo Taldegardo Francesco di Sales Saverio Pietro Leopardi (Recanati, 29 giugno 1798 – Napoli, 14 giugno 1837), è stato un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano.

Vita

  • 1798: Giacomo Leopardi nasce a Recanati, nelle Marche, dal conte Monaldo e da Adelaide Antici. La famiglia di Leopardi faceva parte dell'antica nobiltà terriera marchigiana; era però in situazione di dissesto economico, e si adoperava per ostentare un decoro e una ricchezza ormai solo esteriore. Il padre era di idee conservatrici, reazionarie e retrive; aveva uno spiccato interesse per l'antichità e l'archeologia. La cultura che si respirava in casa Leopardi era arida, accademica e classicistica.
  • 1808: non ha più nulla da imparare dai precettori ecclesiastici; sette anni di studio matto e disperatissimo nella vasta biblioteca del padre. Impara il latino, il greco e l'ebraico; produce lavori filologici, opere di compilazione erudita e traduzioni dei grandi classici greci e latini.
  • 1815-1816: conversione dall'erudizione al bello. Legge i moderni (Rousseau, Goethe, Alfieri, Foscolo); viene in contatto con il romanticismo, con cui però polemizza. Amicizia con Pietro Giordani, intellettuale di idee democratiche e laiche.
  • 1817: inizia la redazione dello Zibaldone, diario intellettuale del poeta, contenente appunti e riflessioni filosofiche e letterarie, fonte preziosa per comprendere la poetica del Leopardi.
  • 1819: tentativo di fuga da Recanati, bloccato dalla famiglia. Malattia agli occhi che impedisce la lettura: periodo di grande crisi pessimistica. Conversione dal bello al vero: dalla poesia di immaginazione alla poesia di pensiero. Sperimentazione di molte forme letterarie, spesso abbandonate. Composizione del'Infinito.
  • 1822: all'età di 24 anni Leopardi lascia Recanati; si reca a Roma ospitato dallo zio Carlo Antici. Deluso dalla pochezza intellettuale degli ambienti letterari romani.
  • 1823: torna a Recanati; scrive le Operette morali, espressione del suo pensiero pessimistico. Periodo di crisi e di aridità interiore.
  • 1825: l'editore milanese Stella gli offre diverse collaborazioni letterarie. Soggiorno a Milano e a Bologna.
  • 1827: soggiorno a Firenze.
  • 1827-1828 (inverno): soggiorno a Pisa, miglioramento delle condizioni di salute. Primavera 1828: compone A Silvia.
  • 1828 (autunno): ultimo ritorno a Recanati, aggravamento delle condizioni di salute, solitudine e malinconia.
  • 1830: accetta un assegno mensile da parte di amici, che raggiunge a Firenze. Polemizza contro l'ottimismo progressistico dei liberali. Passione amorosa non ricambiata per Fanny Targioni Tozzetti, che ispira il ciclo di Aspasia.
  • 1833: soggiorno a Napoli. Amicizia con Antonio Ranieri. Polemica contro l'idealismo e lo spiritualismo, ideologie contrastanti con il materialismo ateo di Leopardi.
  • 1837: Giacomo Leopardi muore a Napoli, all'età di 39 anni.

Pensiero

Teoria del piacere

Leopardi, nel 1820, elabora una vera e propria teoria del piacere per spiegare le cause dell'infelicità umana.

  1. Leopardi, ispirandosi ad un pensiero settecentesco e sensistico, identifica la felicità dell'uomo con il piacere (puramente materiale).
  2. L'uomo non desidera semplicemente un piacere, ma il piacere, ossia il piacere infinito per intensità e durata.
  3. Ma nessuno dei piaceri goduti dall'uomo ha queste caratteristiche: pertanto nell'uomo nasce un senso di insoddisfazione, un vuoto, una tensione inappagata. Questa è la giustificazione dell'infelicità dell'uomo.

Natura benigna

Se l'uomo è per sua natura infelice, però, la natura è benigna perché gli ha fornito un rimedio: l'immaginazione e le illusioni, che nascondono all'uomo la sua effettiva condizione.

Gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, infatti, erano felici perché ignoravano la propria infelicità ed erano più vicini alla natura: potevano perciò illudersi più facilmente.
Ma il progresso moderno indotto dalla ragione ha svelato il vero all'uomo, mettendolo al corrente della sua infelice situazione.

Pessimismo storico

In una prima fase Leopardi costruisce il suo pensiero sull'antitesi tra natura e ragione, antichi a moderni, un tema squisitamente romantico.
Gli antichi, sempre a causa delle illusioni, erano capaci di azioni virtuose ed eroiche e conducevano una vita più attiva e intensa anche fisicamente.
Il progresso della civiltà e della ragione ha reso l'uomo incapace di atti di eroismo e ha generato inerzia, viltà, corruzione e meschinità. In particolare l'Italia è fortemente decaduta dall'antica grandezza del passato.

In questo si scorge un atteggiamento titanico: il poeta, solo depositario delle virtù antica, sfida il fato maligno che ha corrotto la propria patria. Questo atteggiamento è il pessimismo storico: la condizione attuale è il risultato di un progressivo e storico allontanamento dall'antica felicità. Ma anche l'antica felicità era pur sempre una felicità relativa: la vera condizione dell'uomo è sempre stata infelice.

Natura malvagia

Dopo un lungo travaglio, l'idea di natura benigna entra in crisi. Leopardi capisce che la natura mira alla conservazione della specie, che non necessariamente coincide con il bene dei singoli individui. Il male non è quindi un accidente, ma parte di un piano naturale più ampio. Inoltre, si rende conto che la natura ha posto nell'uomo il desiderio della felicità senza fornirgli tuttavia i mezzi per appagarlo.

All'inizio Leopardi attribuisce la responsabilità del male al fato, ma si rende ben presto conto dell'insostenibilità di questa posizione. Nel 1824 (Dialogo della Natura e di un Islandese) rovescia completamente la concezione della natura, identificandola con le precedenti caratteristiche attribuite al fato e risolvendo così questo dualismo. La natura è maligna, cieca e crudele nei confronti delle sue creature. Le sue leggi stabiliscono che l'individuo debba perire per la conservazione della sua specie. Leopardi passa dunque da un concezione finalistica a una materialistica e meccanicistica. La colpa della felicità non è più allora dell'uomo, ma della natura stessa.

È d'uopo precisare che, sebbene la natura filosoficamente sia un meccanismo inconsapevole, regolato da leggi oggettive, dal punto di vista letterario essa è spesso rappresentata da una divinità crudele e malvagia che distrugge deliberatamente le proprie creature.

Cambia anche la concezione del male e della infelicità umana: mentre prima essa era dovuta all'assenza di piacere, ora essa è dovuta soprattutto ai mali esterni: malattie, disastri, vecchiaia, morte.

Pessimismo cosmico

Se la causa dell'infelicità umana non è l'uomo ma la natura stessa, allora tutti gli uomini di tutto il mondo, in ogni periodo e in qualunque situazione sono necessariamente infelici (sebbene gli antichi, secondo Leopardi, fossero meno infelici degli uomini moderni). Dunque al pessimismo storico della prima fase subentra il pessimismo cosmico: l'infelicità non è più legata ad una determinata situazione storica dell'uomo, ma è un dato assoluto e immutabile. Questa concezione influenzerà tutta la produzione poetica del Leopardi successiva al 1824.

Se l'uomo è infelice per natura, non c'è possibilità di riscatto ed è dunque vano l'atteggiamento di titanismo, come pure è inutile la poesia civile: Leopardi abbandona in un primo periodo la lotta e si dà alla contemplazione lucida e disperata delle verità. L'ideale del Leopardi non è più l'eroe antico, ma il saggio antico, soprattutto lo stoico: è privilegiata la virtù dell'atarassia, ossia un atteggiamento di distacco dalla realtà del mondo.

Ma ben presto in Leopardi ritornerà un atteggiamento di protesta e di sfida al fato e alla natura.

Poetica del vago e indefinito

La stessa teoria del piacere, fondamento del pensiero filosofico del Leopardi, sta anche a fondamento della sua poetica. Infatti, se il piacere infinito è irraggiungibile per l'uomo, questo può sempre figurarsi piaceri infiniti mediante l'immaginazione di cui è dotato. L'immaginazione costituisce così una sorta di compensazione per una realtà infelice e noiosa.

L'immaginazione umana è stimolata da tutto ciò che è vago e indefinito, lontano, ignoto. Leopardi, elencando tutte quelle esperienze sensibili che possono fungere da punto di partenza per l'immaginazione, costruisce una vera e propria teoria della visione. Tutti gli ostacoli che limitano la vista (come la siepe per l'Infinito) sono uno stimolo all'immaginazione, come pure quelle visioni di cui non si percepisce la fine. Contemporaneamente si costituisce una teoria del suono: suoni vaghi e suggestivi sono ad esempio un canto proveniente dall'interno di una stanza ma percepibile all'interno, il muggito degli armenti che echeggia per le valli, lo stormire del vento tra le fronde.

Il bello poetico

A questo punto la concezione filosofia leopardiana si "salda" con la poetica. Infatti Leopardi, nel 1821, identifica il bello poetico con il vago e indefinito, ovvero tutte quelle sensazioni precedentemente analizzate. Tali immagini sono suggestive anche perché rievocano sensazioni della nostra infanzia (rimembranza).

Leopardi cita ancora gli antichi come esempio di bello poetico. Infatti nella poesia antica erano spesso presenti immagini vaghe e fantasiose. Tale sensibilità è stata perduta in età moderna, in quanto gli uomini contemporanei sono più lontani dalla natura. A questi resta solo una poesia sentimentale, filosofica, nutrita di concetti, e non più la poesia d'immaginazione.

Leopardi, pur consapevole di appartenere all'età moderna, non rinuncia tuttavia ad escludere il vago e l'immaginoso dalle sue poesie.

Leopardi e il Romanticismo

Leopardi, nella sua giovinezza, ha avuto una formazione classicistica, consolidata anche dall'amicizia con Giordani. Per cui non può che prendere posizione contro il romanticismo nella polemica tra classicisti e romantici.

Però le idee del Leopardi sono diverse ed originali rispetto a quelle degli altri classicisti. Per il poeta, la poesia è espressione di una spontaneità originaria, di un mondo immaginoso e fantastico, proprio delle civiltà primitive e dei bambini. Dunque egli condivide con i romantici la critica al classicismo arido, accademico e di maniera; rimprovera loro però un'eccessiva artificiosità retorica, la ricerca dello strano, dell'orrido, del truculento, il predominio della logica sull'immaginazione che spegne l'immaginazione.

I classici, per Leopardi, sono un esempio positivo di poesia fresca, spontanea e immaginosa. Dunque ripropone i classici come modello, ma paradossalmente in chiave romantica, esaltando ciò che è spontaneo, fanciullesco, vago, indefinito e immaginoso. Perciò si può parlare di un classicismo romantico leopardiano. Già Foscolo aveva tentato di utilizzare forme classiche con contenuti romantici.

Romanticismo italiano ed europeo

Leopardi, prediligendo il vago e l'indefinito, nonché la rimembranza, privilegia la forma lirica, come espressione immediata dell'io, come canto. Leopardi si oppone dunque alle idee del romanticismo lombardo, il quale tendeva ad una produzione oggettiva e basata sul vero, civilmente impegnata, in forme narrative e drammatiche (romanzo e tragedia).

Leopardi è separato dal romanticismo europeo dal suo pensiero filosofico, che è ateo, illuministico e materialistico. Ma è vicino a tale scuola di pensiero per il suo tendere all'infinito, l'esaltazione dell'io, l'atteggiamento titanico, la contrapposizione tra il mondo reale e le illusioni, l'importanza data al sentimento, l'amora per il vago e indefinito, l'interesse per la vita primitiva e fanciullesca, il senso tormentato dal dolore cosmico.

I Canti

Temi generali

  • Vago e indeterminato. Leopardi ritiene che l'immaginazione possa essere stimolata di immagini e sensazioni vaghe e indeterminate, come un ostacolo alla vista, un suono proveniente da lontano, il mare piatto di cui non si intravede le fine, ecc. Infatti la mancanza di determinazioni porta l'immaginazione a "supplire" con delle illusioni, che consolano l'uomo, per natura infelice. In particolare, dà più piacere l'attesa di un evento favorevole (il giorno festivo, ad esempio) che il godimento dell'evento stesso: questo perché l'uomo attraverso l'immaginazione si può prospettare un piacere infinito, ma può solo fruire di un piacere finito.
  • Pessimismo storico (fino al 1824). Leopardi ritiene che l'umanità, con il progresso della ragione e della civiltà, abbia perso la propria capacità di immaginare, di illudersi, di compiere atti di eroismo. Il freddo razionalismo ha portato l'uomo a conoscere il «vero», ossia che egli è infelice. La colpa della corruzione ricade dunque sull'umanità. La natura è comunque benigna perché, pur avendo generato l'uomo infelice, gli ha dato l'immaginazione con cui egli può (almeno nel pensiero) sfuggire alla sua condizione.
  • Pessimismo cosmico. Leopardi, a partire dal 1824, supera la concezione del pessimismo storico. L'uomo non è diventato infelice per propria colpa, lo è sempre stato. La natura è un meccanismo cieco e indifferente e sacrifica le sue creature per la conservazione della specie. Le illusioni sono vane: non c'è via di fuga da questa condizione.
  • Classicismo. Per Leopardi i classici sono un punto di riferimento, non tanto dal punto di vista formale, quanto per il loro contenuto immaginoso e fantastico. Infatti gli antichi sarebbero stati "meno infelici" dei moderni a causa della loro "ingenuità", dell'ignoranza della propria reale condizione e di una maggior capacità di immaginare.

Le canzoni

Le canzoni sono componimenti di impianto classicistico. Le prime cinque (All’Italia, Sopra il monumento di Dante, Ad Angelo Mai…), composte tra il 1818 e il 1821, affrontano tematiche civili.
Caratteristiche diverse possiedono il Bruto Minore e L'ultimo canto di Saffo. Leopardi non parla più in prima persona, ma delega il discorso ai due personaggi dell’antichità. Si delinea un’umanità infelice non per ragioni storiche, ma per una condizione assoluta. La colpa non è ancora della natura, ma degli dei e del fato.
Ancora diverse sono le canzoni della terza fase: Alla primavera e Alla sua donna (dedicata ad un’immagine ideale della donna, creata dalla mente del poeta).

Gli idilli

Gli Idilli sono stati scritti tra il 1819 e il 1821. Non hanno nulla a che fare con la tradizione classica né con la concezione moderna di Idillio.
Negli Idilli la rappresentazione della realtà esterna, delle scene di natura serena, è tutta in funzione soggettiva: ciò che Leopardi vuole rappresentare sono momenti essenziali della sua vita interiore.
Esemplare è l’Infinito in cui compare una situazione che può ricordare l’Idillio classico; ma non è lo scenario di una semplice quiete contemplativa, bensì lo spunto per una meditazione lirica sull’idea di infinito creato dall’immaginazione.

I grandi idilli

Leopardi lamenta la fine delle illusioni giovanili, lo sprofondare in uno stato d’animo arido e gelido. Per questo non scrive più poesie e intende dedicarsi soltanto all’investigazione dell’arido vero. L’opera più importante di questo periodo sono le Operette morali, scritte in prosa filosofica nel 1824. In questo periodo Leopardi attraversa una fase di pessimismo assoluto. Si ha un abbandono degli atteggiamenti titanici e una posizione più distaccata e ironica nei confronti della realtà.

Una svolta si verifica nel 1828, anno in cui il poeta viveva a Pisa. Il poeta assiste ad un periodo di risorgimento delle sue facoltà di sentire, commuoversi e immaginare. Le opere più importanti di questo periodo sono: Il risorgimento, A Silvia.
Questi componimenti riprendono temi, atteggiamenti e linguaggio degli idilli del 1819-1821: le illusioni, le speranze, le rimembranze, quadri di vita del borgo e di natura serena e primaverile. Il linguaggio è limpido e musicale, semplice ma impreziosito da termini e locuzioni peregrine.
Tra i primi e i secondi idilli si collocano esperienze decisive, la fine delle illusioni giovanili, l’acquisita consapevolezza del vero, il pessimismo cosmico. Il moto della memoria recupera dal passato la stagione delle illusioni e della speranza e fa rivivere immagini, sentimenti e sensazioni antiche; a questo ricordo si accompagna sempre la consapevolezza del vero. Per questo i grandi idilli sono sì percorsi da immagini liete, ma queste immagini sono come assottigliate, sono accompagnate costantemente dalla consapevolezza del dolore, del vuoto dell’esistenza, della morte.

Il ciclo di Aspasia

Leopardi ristabilisce un contatto diretto con gli uomini, le idee, i problemi del suo tempo.
In questo periodo nasce a Firenze la fraterna amicizia con Antonio Ranieri e sempre in questi anni si colloca la sua prima vera esperienza amorosa con Fanny Tozzetti.

Dalla passione e dalla delusione nasce il cosiddetto ciclo di Aspasia dal nome greco della cortigiana amata da Pericle.
Il ciclo è formato da cinque componimenti e si tratta di una poesia profondamente nuova, lontanissima da quella idilliaca: il discorso non si basa più se delle immagini vaghe e indefinite. Si ha una poesia nuda, severa quasi priva di immagini sensibili. Vi compaiono atteggiamenti energici, combattivi, eroici. Il linguaggio è aspro, la sintassi complessa e spezzata.

La polemica contro l'ottimismo

Si instaura in questo periodo un rapporto intenso con le correnti ideologiche del tempo. È una nuova forma di impegno esclusivamente negativo, polemico. La critica di Leopardi si indirizza contro tutte le ideologie ottimistiche che esaltano il progresso e profetizzano un miglioramento indefinito della vita degli uomini. Bersaglio polemico sono inoltre le tendenza di tipo spiritualistico e neocattolico.
Questa polemica è condotta attraverso diverse opere di vasto impegno concettuale. La Palinodia al marchese Gino Capponi è una sorta di satira di sapore pariniano nei confronti della società moderna e della sua fede nelle conquiste del progresso sociale e tecnologico.
I Paralipomeni della Batracomiomachia, ampio poemetto satirico in ottave, che si presenta come continuazione della Batracomiomachia, poemetto ellenistico erroneamente attribuito a Omero.
Nei Paralipomeni Leopardi, sotto la veste favolosa, discute degli avvenimenti politici del 1820-1821 e del fallimento dei moti liberali. I topi rappresentano i liberali napoletani, le rane i borbonici, aiutate dai granchi, che sarebbero gli austriaci. La polemica di Leopardi si indirizza contro la reazione ottusa e brutale, rappresentata dai granchi-austriaci, ma non risparmia neppure i topi-liberali.

La Ginestra

Una svolta essenziale si presenta con La ginestra, il testamento spirituale di Leopardi, la lirica che chiude il suo percorso poetico. Il componimento ripropone la dura polemica antiottimistica e antireligiosa. Però qui Leopardi non nega più la possibilità di un progresso civile. La consapevolezza lucida della reale condizione umana, trovando nella natura il vero nemico, può indurre gli uomini a unirsi per combattere la sua minaccia.
La filosofia di Leopardi si apre a una generosa utopia, basata sulla solidarietà fraterna degli uomini, che nasce a sua volta dalla diffusione del vero.

Le Operette morali

Le Operette morali sono state quasi tutte composte nel 1824. Sono prose di argomento filosofico in cui Leopardi espone il “sistema” da lui elaborato, attraverso una serie d’invenzioni fantastiche, miti, allegorie.
Molte delle operette sono in forma di dialogo, i cui interlocutori sono creature immaginarie, sebbene in alcune di esse l’interlocutore principale è una proiezione dell’autore stesso.
La varietà dell’invenzione fantastica di Leopardi non ha nulla di bonario, i temi fondamentali sono comunque quelli del pessimismo: l’inevitabile infelicità dell’uomo, l’impossibilità del piacere, la noia, il dolore… Escono da questo quadro le operette più tarde, come Plotino, pervase da un senso di pietà e di solidarietà fraterna verso gli uomini, che anticipa la svolta della Ginestra.

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